La grotta del Mitreo – sentiero 1A

La grotta del Mitreo – sentiero 1A

Oggi vi propongo questa piccola ma suggestiva passeggiata lungo una parte del sentiero 1A per giungere alla grotta del dio Mithra ( o grotta del Mitreo )posta ai piedi del Monte Hermada, teatro delle più cruente offensive della Grande Guerra, tra il 1915 e il 1917, in cui si praticava il culto misterico del dio Mithra, diffuso nel mondo romano dalla fine del I secolo d.C. sino al trionfo del Cristianesimo.

La passeggiata dura circa un’ora.

Allora siamo pronti …  partiamo !!!

Parcheggiata l’automobile nel piccolo parcheggio ( QUI ) nel piccolo paesino di San Giovanni al Timavo, attraversando la strada si nota subito il segnavia bianco/rosso 1A.
Seguiremo la strada asfaltata tra le case fino alla chiesa…

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…gireremo attorno fino a trovare i segnavia…


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Da qui, passato il ponte dell’autostrada , il sentiero prosegue tutto in salita, in certi tratti poco visibile, ma basta rimanere sempre “vicini” alla ferrovia.
Il sentiero sempre  molto panoramico…

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…in lontananza le risorgive del Timavo
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Stando sempre attendi lungo il sentiero, quasi vicini alla ferrovia troveremo questo segnavia,  dove gireremo a destra su un piccolo sentiero che dopo alcuni minuti ci porta all’entrata della grotta.

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Grotta del Mitreo 1255/4204VG:

Orario di apertura
Giovedì:  10.00-12.00

Informazioni
Grotta del Mitreo Duino-Aurisina (TS)
Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia
Tel: +39 040 4261411
sba-fvg@beniculturali.it

La grotta fu scoperta nel 1963 da alcuni speleologi della Commissione Grotte; allora la grotta era ingombra di pietrame di grosse dimensioni che in qualche punto giungeva a toccare la volta.

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La descrizione che segue risale all’epoca delle prime esplorazioni ed è stata redatta da Mario Galli.
“Il primo ingresso è un ampio portale alto circa 1 m e largo oltre 7 m, diviso in due da un cumulo di grosse pietre. La seconda apertura è costituita da un foro strettissimo che si apre sull’orlo meridionale della dolina e che immette nella cavità  con un pozzetto di 2,5 m.
La cavernetta, accessibile in qualche tratto con difficoltà  a causa delle sue piccole dimensioni, è probabilmente il residuo di una cavità  di proporzioni ben maggiori che ha subito un colossale riempimento di detriti; essa rappresenta la parte superiore di una galleria anticamente percorsa dalle acque, la cui parete ha ceduto in corrispondenza di qualche fratturazione, dando luogo all’attuale imbocco, ampliandosi con il succedersi dei fenomeni di crollo.
Il suolo infatti è costituito da un grande cumulo di terra e pietra che in più punti raggiunge la volta, lievemente digradante verso la parete orientale, dove lascia, sotto volta, una fessura impenetrabile. Poche tozze concrezioni, in parte semisepolte, ornano la parte meridionale della cavità , dove più scomodo è l’accesso in quanto per alcuni metri la cavernetta è alta appena 30-50cm.
La parte più spaziosa della cavità  è quella settentrionale.
Proseguendo oltre il cumulo di massi che divide in due l’entrata, si giunge in un vano di dimensioni più ridotte del precedente e che è la sua continuazione. Successivamente, superando un basso passaggio si giunge alla base del pozzetto menzionato.”

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In considerazione del fatto che la grotta era ubicata in un’area già  nota per la presenza di vestigia romane, e che quindi poteva rappresentare un interessante sito archeologico, venne iniziato lo sgombro del materiale detritico che riempiva quasi completamente la cavità.
Durante i lavori di disostruzione la Commissione Grotte portò alla luce alcuni reperti attribuibili all’epoca romana e quindi i lavori vennero immediatamente sospesi; successivamente vennero ripresi dalla Sezione Scavi e Studi di Preistoria Carsica “R.Battaglia” della Commissione Grotte, limitatamente ad una zona di 5m x 2m situata sotto la parete sinistra (entrando), nella quale si erano trovati i reperti attribuibili all’epoca romana. I signori Stradi, Andreolotti e Gombassi della Commissione Grotte eseguirono alcuni scavi d’assaggio.
Lo scavo venne approfondito nel suolo sottostante il detrito e furono rinvenuti numerosi resti archeologici tardoromani, tra i quali un pilastrino con un’iscrizione incompleta, vari frammenti di bassorilievo, resti di vasellame, numerose lucernette e 98 monete, in parte non classificabili per lo stato di deterioramento, e una pietra cubica di 50cm di lato, che rappresenta con tutta probabilità  l’ara sulla quale avevano luogo i sacrifici.
Constatata l’importanza dei ritrovamenti i lavori vennero sospesi e ne fu data relazione alla locale Soprintendenza ai Monumenti, Gallerie ed Antichità  che riprese gli scavi senza però trovare reperti significativi; si rinvennero ancora alcuni piccoli frammenti della stele votiva ed altre monete, non diverse da quelle già  raccolte. Tutto il materiale archeologico fu portato al nel Museo di Aquileia.

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Gli oggetti messi in luce hanno permesso di stabilire che la cavità  ospitava un tempietto ipogeo dedicato al Dio Mithra, il cui culto si era diffuso nell’Impero tra la metà  del III e la fine del IV secolo e le monete raccolte, tranne una più antica, si riferiscono appunto a tale periodo.
Al di sotto dello strato romano si estende un deposito preistorico intaccato con il livellamento del suolo all’epoca dell’adattamento a luogo di culto; i residui del cocciopesto che costituiva la pavimentazione inglobano infatti qualche resto ceramico dell’età  dei castellieri.
Con l’avvento del Cristianesimo e la proibizione dei culti pagani il tempio venne abbandonato e forse anche devastato e sulle rovine andarono a depositarsi, in quindici secoli, detriti e terreno organico.
Nel corso della prima guerra mondiale tutte le cavità  della zona subirono adattamenti di vario genere, ma fortunatamente la caverna venne a trovarsi, sia pur per pochi metri, al di là  della linea difensiva austriaca che correva lungo la vicina ferrovia, sfuggendo in tal modo alla devastazione a cui andarono incontro altre grotte di interesse preistorico, come la Grotta Fioravante (411/939VG) e la Grotta di Visogliano (80/414VG).

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Negli anni 1971 e 1972, l’Istituto di Antichità  Alto Adriatico effettuò nella parte meridionale della cavità  un altro scavo, questa volta nell’intento di acquisire cognizioni sul deposito preistorico, la cui esistenza era stata accertata nel corso delle precedenti indagini. La successione stratigrafica ed i reperti risultarono analoghi a quelli messi in luce in altre grotte del Carso triestino e non furono rinvenuti quei livelli paleolitici che la particolare situazione della cavità  aveva fatto ritenere probabili; la trincea ora si esaurisce in uno strato di crostoni stalagmitici ed argilla sterile alla profondità  di circa 3m.
Gli scavi praticati nella cavità  hanno mutato radicalmente l’aspetto della medesima. Ne è risultato un ambiente più spazioso, ma con il materiale di scarto sono stati ostruiti molti passaggi laterali sotto parete, nei quali era possibile avanzare per un buon tratto in varie direzioni; la volta soprastante l’imbocco, giudicata pericolante, è stata fatta crollare con le mine, ottenendo cosଠanche una maggiore illuminazione dell’antro.
Attorno all’ingresso è stato eretto un recinto munito di un cancello per evitare gli scavi abusivi e le chiavi sono custodite dalla Soprintendenza.

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Da “Spelaeus” di Franco Gherlizza ed Enrico Halupca:
“Nel 1976 la Soprintendenza Archeologica di Trieste iniziava una consistente e sistematica campagna di ricerche, dapprima per liberare la cavità  di tutte le macerie, successivamente per investigare i sottostanti livelli preistorici, ricchi di manufatti che andavano dall’età  del ferro sino al neolitico.
Scavi successivi, per lo più volti ad intaccare gli strati sottostanti, dettero alla luce resti appartenenti all’età  del ferro, rappresentato da resti della cultura dei castellieri, Lubiana, Vucedol e ceramiche a Besenstrich. Al neolitico invece si associano dei vasi a fondo cavo, decorati con incisioni, pochi frammenti di ceramica impressa e due frammenti di vaso a bocca quadrata.
Un ulteriore scavo, condotto sino all’antico pavimento stalagmitico, ha reso soltanto un radio ed un’ulna di Rhinoceros.
Successivamente la cavità  è stata sistemata ricostruendo il tempietto con i calchi delle lapidi, delle arette e dei due banconi laterali. Oggi questo risulta essere l’unico Mitreo in cavità  esistente in Italia e quindi costituisce una rarità  che andrebbe di più valorizzata.”

tratto da http://www.catastogrotte.it/

 

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